La golosità induce ricordi
Le persone spesso associano altri loro simili ad immagini o ad odori; invece a me capita di utilizzare il gusto. Ormai è risaputo quanto sia golosa e anche quello che sto per confessarvi lo dimostra. Qualche giorno fa sono andata a fare la spesa al supermercato con mia mamma e sullo scaffale wafer i miei occhi si sono posati su una confezione di Loacker al latte. Non voglio fare pubblicità occulta, né tantomeno aspirare ad essere la nuova ragazza-immagine; questa varietà però mi riporta alla mente mio zio che mi foraggiava con essi quando ero ‘alta su per giù tre mele o poco più’ [cit. Cristina d'Avena].
Penso fosse uno dei pochi esseri umani che li comprasse e per rendergli omaggio ho fatto anche io altrettanto e li sbocconcello nei momenti morti della giornata, per far affiorare altri particolari nascosti. Non avendo molte memorie concrete su mio zio, spesso lo associo al cibo, uno dei principali piacere libidici infantili come insegnerebbe il buon Sigmund/Sigismondo.
Se chiudessi gli occhi, si materializzerebbero davanti a me la cucina dei miei zii e una me bambina che, con un fare da ladra, cammina silenziosamente verso il frigo e lo apre per prendere, tra la marmellata e il ketchup, un barattolo di latte condensato. Ignara del pericolo tagliente delle latte, mi attaccavo avida con la bocca a quel piccolo foro che però era sufficiente a far passare il dolce e calorico nettare bianco, Evidentemente poco m’importava anche dell’apporto energetico di quello che ingurgitavo.
Di mio zio ho un ricordo quasi edulcorato, quasi angelico; è un intoccabile e come tale voglio ricordarlo. Da quando è morto, ho smesso di credere nel santissimo Natale: puntualmente ogni 8 dicembre si presentava a casa mia per aiutare me e mia sorella a fare l’albero. Senza di lui continuammo la tradizione, ma anno dopo anno sembrava una cosa sempre meno sfarzosa, fino ad abbandonare totalmente l’opera di costruzione. Ecco svelato il perché dell’assenza del plasticoso ed iridescente abete in casa Carlone.
Mio zio morì il 22 agosto 1997 e mi ricordo questa giornata come fosse ieri. Sapevo che era ammalato da tempo; ultimo compleanno di Cristo lo trascorse dormendo su un mio divano mentre indossava una specie di papalina in testa. Aveva perso tutti i capelli, cosa che comunque non si notava molto data la sua precoce calvizie. Nonostante tutto, quel giorno trovammo in qualche modo la forza di festeggiare e di mangiare dei ravioli preparati da mia madrina.
Tornando a quella calda data d’estate, passai il tempo da mia cugina, fino a quando arrivò una telefonata di mia mamma: “Lo zio è morto; è meglio che tu ed Elena torniate a casa!”. Avevo ancora le lasagne di Elisa sullo stomaco.
L’ultima volta che lo vidi era nella camera mortuaria dell’ospedale Santa Croce a Cuneo. Freddo e rigiddo in una cassa di chissà quale legno; sotto il collo aveva un supporto per far sì che la testa stesse su, tanto era dimagrito. Quell’aspetto mi fece talmente impressione che, appena uscii, scoppiai a piangere. Probabilmente mi passò per la testa che non poteva più nutrirsi da quel momento in avanti; chi lo sa?
Il sole è calato e comincia a far fresco. Meglio che torni a casa e che dedichi la mia prossima cena a mio zio. Ciao.
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