Romolo e SanRemo: quarta serata.

La scenetta di Monti comincia un po’ a stufare e Papaleo porta sul palco, oltre al paltò blu scuro, occhiali e cravatte azzurre per tutti. Apprezzabile però la frecciatina al perfetto inglese di Morandi.

Ordine del giorno (anzi, della serata):

  • esibizioni dei big con collaborazioni italiane;
  • finale dei giovani.

Noemi si presenta con Gaetano Curreri (alias il cantante degli Stadio). Riascoltando la canzone per la terza volta, mi sembra migliore rispetto alla prima.

Grignani invece riesce a rovinare il pezzo di Carone-Dalla.

Dolcenera è accompagnata, ommmioddio, da un altro dei miei miti musicali: Max Gazzè, vestito come Julian Casablanca. Lui non sembra molto convinto; secondo me è un’improvvisata. Si vede chiaramente che non sa le parole e probabilmente ha letto il testo cinque minuti prima in camerino.

Ogni tanto, come la madonna, appare Ivanka; ma i suoi interventi sono incomprensibili e inconcludenti.

Bertè e D’Alessio gareggiano con dj Fargetta. Orrore. Ho i sudori freddi. Gigi è conciato da poliziotto gay dei Village People; entrambi sembrano a loro agio nella versione tamarra di “Respirare”. Non capisco la necessità di avere sul palco a ballare mezza Sanremo (ah, forse per nascondere Loredana?).

La Civello è al passo coi tempi ed ha invitato Francesca Michelin di X-Factor, avvolta dentro a della cartapesta fucsia.

Primo ospitone della serata: Sabrina Chipmunk Ferilli nei panni della solita romanaccia. Parole sprecate sull’Italia che è ricca di potenzialità, di creatività ma non sappiamo sfruttarle, blablabla. Morandi che parla in romano è quasi più imbarazzante di quando lo fa in inglese. Rocco deve continuare a recitare la parte dello scemo del villaggio, facendo finta di suonare il trombone (più tardi ammetterà il playback).

Il mio sogno sarebbe stato vedere Gazzè insieme a Bersani. Invece c’è Paolo Rossi lo spaventapasseri con le convulsioni epilettiche; non mi piace come scelta (oh, a volte so essere anche obbiettiva!)

Finardi gioca la carta di Beppe Servillo. Tra tutti gli artisti, è quello ha dato vita alle collaborazioni più ricercate.

Vedere Giuliano Palma senza occhiali è sempre un trauma; oltre a lui, per Nina Zilli, c’è anche un trombettista jazz discretamente manzo. Le mie attenzioni si concentrano su quest’ultimo, riuscendo anche a farmi dimenticare lo sguardo di Giuliano e i capelli di Nina.

Brava e bella Arisa assieme a Mauro Ermanno Giovanardi (oddio, stasera sono molto stitica di opinioni e d’idee).

Chi è Alessandro Siani? Un comico? Spero di no perché non ho mai riso, se non per la battuta di Napolitano che scongiura Berlusconi di non telefonargli più, perché teme di fare la fine di Gheddafi e Mubarak. Però, è un gran figo. Ivanka almeno poteva far finta di aver capito il monologo.

Momentone Marrone e Amoroso, la seconda a metà tra Eva Kant e una donna col burqa.

Platinette, dimessi i panni da donna, duetta con i Matia Bazar. Non canta ma recita le strofe della canzone. Sinceramente, ero partita più prevenuta sul risultato che alla fine è stato il più originale e meno trash tra tutti quelli finora proposti. Il testo era il vero protagonista dell’esibizione ed ho molto apprezzato ciò. Gaffe incommensurabile di Morandi quando dice “Io amo gli omosessuali” replicando alla stoccata di Mauro Coruzzi.

Renga ha una caduta di stile indossando un completo di velluto color porpora cangiante, che lo fa sembrare un pappone. Non ho capito il nome del coro che ha invitato come ospite. Morfeo bussa alla porta, ma lo lascio fuori a prendere freddo.

Non credevo esistessero ancora le boyband. Solo che i One Direction (mai visti né sentiti prima di stasera) a differenza dei loro colleghi anni ’90, sono degli hipster anoressici. Ridateci i Five e i Backstreet boys!

Punto due dell’ordine del giorno: la finale dei giovani!

Alessandro Casillo è il classico minorenne sanremese sfigato che ha i minuti contati per esibirsi. Il Paolo Nutini de no’ altri (come aspetto fisico, ovvio) è la Cenerentola in scarpe da ginnastica della competizione.

Della pezzo di Iohosemprevoglia(difiga) mi piace molto la melodia; la preferisco rispetto al testo che in alcuni passaggi lo trovo banalotto. Specifico che non sono così critica perché sono un’autrice affermata, anzi pagherei per saper scrivere una canzone anche se scontata. Chiamasi invidia ;)

Marco Guazzone, tanto bono quanto lagnoso. La giacca paillettata mi manda in botta.

Mi sono invece innamorata di Erica Mou. “Nella vasca da bagno del tempo” è uno dei brani in assoluto più belli di quest’edizione di Sanremo.

Il vincitore è… ALESSANDRO CASILLO! Ricordo che ha 15 anni e quindi non può nemmeno esultare sul palco per la neo vittoria. Mi consolo con il premio della critica consegnato ad Erica, che spesso è un riconoscimento più fortunato rispetto alla palma d’oro.

Sono sinceramente dispiaciuta per l’eliminazione dei Matia Bazar perché li vedevo come potenziali vincitori e devo ricostruire la classifica. L’altra esclusa è Chiara Civello.

Domani/questa sera non potrò seguire la finalissima, causa concerto dei Perturbazione, quindi qui scrivo e qui lascio, a mo’ di testamento, i miei pronostici definitivi:

  • “Respirare” può piazzarsi nel podio, come già successe a Pupo -ft- Il principe Saclà nel 2010 e ad Albano l’anno scorso. Il grottesco ha quasi sempre la meglio.
  • “La notte” è la mia preferita, però augurare ad una canzone bella di vincere non è mai di buon auspicio per il periodo post festival. Quindi la escludo per la sua sopravvivenza. Le auguro comunque di aggiudicarsi un eventuale premio della critica (se non a lei, ai Matia Bazar o a Bersani).
  • Il primo gradino sarà conteso tra Carone e Marrone.
  • Penserete “Questa ragazzina spocchiosa ha rotto tanto le palle con Samuele Bersani e poi nemmeno lo mette tra i vincitori?”. Allora, “Un pallone” è molto carino, ma sono certa che lui può fare di meglio; non vedo comunque l’ora di canticchiare il brano in questione al suo prossimo concerto.

Non sono Nostradamus, tenetelo a mente.

febbraio 18, 2012. Etichette: , , , , , . Uncategorized. Lascia un commento.

Romolo e SanRemo: terza serata.

Il tema della terza serata è VIVA L’ITALIA, ovvero i 14 artisti in gara presentano dei classici della musica italiana rivisitati in chiave inglese (non intendo l’attrezzo da meccanico), accompagnati da degli ospiti stranieri. Mi chiedo se le collaborazioni in questione siano state fatte in base a una vera amicizia, oppure se siano il frutto di una casuale estrazione del Lotto. Fortunatamente c’è mia sorella che mi supporta con le sue perle d’acidità, quindi se a volte vi sembrassi troppo critica, in realtà è farina del suo sacco.

Inizia la mia beniamina jazzista Chiara Civello con Shaggy, fresco fresco dalla riabilitazione ed è vestito da panettiere. Cantano “Io che non vivo senza te”; dopo aver sentito questa esibizione credo che potrei benissimo fare a meno di loro.  Shaggy è allupato e continua a guardare le minne della Civello. Cerco di capire come sia nata questa combinazione poco sensata e opto per un eventuale abuso di funghetti allucinogeni da parte di entrambi, mentre erano nello stesso Coffee shop ad Amsterdam.

Il mio Bersani è riuscito a trascinare Goran Bregović all’Ariston, presentando un classico da balera, “Romagna mia”, agghindato di abiti balcanici. Il tutto accompagnato dall’Orchestra dei matrimoni e dei funerali. Il risultato è molto folk e il mix è azzeccatissimo (va bene, continuo ad essere parziale).

Nina Zilli, sempre vestita peggio, duetta con Skye in “Grande, grande, grande”. Mi chiedo che fine abbia fatto quella bella testa pettinata anni ’50-’60, che tutti ricordano e rimpiangono con affetto. La capigliatura alla Medusa di Caravaggio è già una mia prerogativa!

Al Jarreau è sconvolto, perché ha appena constatato che nei Matia Bazar non c’è più Antonella Ruggero.

Arisa e Josè Feliciano; a questo festival il look da cieco va per la maggiore, però lui lo è davvero dalla nascita (grazie dio Wikipedia per evitarmi le gaffe). Quindi l’unica non giustificata rimane la Bertè.

Non ho ancora capito perché ogni volta che dirige il maestro Vessicchio, scappino delle risatine e delle strizzate d’occhio. Probabilmente sarà per il fatto che ha venduto la sua faccia in tutti i programmi televisivi, palleggiando tra Rai e Mediaset.

Emma e il famigerato Gary Go (GO, GO, FRUTTOLO GO!) con “Il paradiso”. Lui è appena stato dimesso dopo un intervento di cataratta e ha deciso di passare il periodo di degenza a Sanremo. Quando canta la sua hit, capisco finalmente chi è e mi sento meno ignorante.

Francesco Renga con lo sconosciuto Sergio Dalma che guarda il primo in modo smarrito, come se l’avesse appena incontrato. Renga, oltre ad avere un cognome che in veneto significa ‘pene’ (a detta dell’esperta, ovvero mia mamma) ormai è diventato lo specialista degli accessori imbarazzanti e stasera sfoggia una specie di cerbiattino fucsia sul colletto della camicia. Probabilmente si tratta di una reliquia di sua figlia. Gianni il poliglotta biascica alcune parole in spagnolo, per essere sempre all’altezza della situazione.

In seguito, il palco si riempie con il neo-trio Carone-Dalla-Mads Langer (mi raccapezzo sulla sua identità solo una volta che canta il suo maggiore successo) sulle note di “Anema e core”.

Vorrei sottolineare e criticare il fatto che da tre giorni mandino in onda la stessa clip su Sanremo con le medesime immagini. Possibile che nella città fiorita ci siano così pochi scorci degni d’essere ripresi? Mi rifiuto di crederlo!

Irene Fornaciari s’è indebitata per aver invitato Brian May, direttamente dalla bocciofila e travestito da Branduardi, ed una biondissima Kerry Ellis che è mille volte più brava della nostra connazionale. Per rendere l’esibizione più aggressiva, ci sono delle luci epilettiche che deviano l’attenzione dal fatto che May non riesca più a piegarsi; solo verso la fine la chitarra riesce a guadagnarsi la scena. Per il ripescaggio si è disposti a tutto e il coccodrillo Irene ci commuove con una cascata di lacrime, ma Gianni la ignora e intervista gli ospiti. Scontatissimo il momento “We will rock you” che sveglia dalla catalessi i vecchi delle prime file.

I Marlene Kuntz portano la sonnambula Patti Smith a cantare l’immensa “Impressioni di settembre”. Godano è sbilanciato dalla chitarra, perché è più pesante di lui e prova a mettere su massa indossando un dolcevita sotto la camicia. Sono andati sul sicuro, perché è una cover che, come tanti sanno, hanno già dato alle stampe; ma risulta nuovamente inedita per la presenza della Smith. D’obbligo “Because the night” con tanto di battito di mani.

Gianni ha uno scivolone linguistico, accennando a un certo Bruce Imprinting. Credo intendesse Springsteen. Tristissimo lo stacchetto musicale di Papaleo che si crede una foca; mi sembra di guardare L’Albero Azzurro. L’anno prossimo propongo  la candidatura di Tonio Cartonio e di Lupo Lucio come presentatori del festival.

Lori rende omaggio alla sorella con “Almeno tu nell’universo”, insaccata in un paio di parigine. Macy Gray prova a nascondersi sotto una giacca da regina del ghetto, ma riesce comunque a risollevare la situazione tragica. Purtroppo la vedo in difficoltà mentre suda (dal caldo o dagli ipotetici 3 etti di trofie al pesto che non ha digerito?). Molto toccanti i classici applausi ipocriti sanremesi nel ricordo di Mimì. In tutto ciò, Gigi si vanta di essere riuscito a convincere la Gray per uno sbaglio dei produttori.

Bellissimo il duetto Finardi-Noa; lei è molto brava e canta perfettamente in napoletano!

Professor Green perde bave dietro a quella manza di Dolcenera; ecco spiegato il perché della sua presenza a Sanremo. Oppure, dati i muscoli di Emanuela (ringrazio nuovamente Wikipedia), il finto Eminem si è preso una discreta scarica di botte. Meno male che ci hanno pensato loro ad omaggiare il grande Vasco!

Chiudono la carrellata Noemi il clown e Sarah Jane Morris (un mix tra Hagrid di Hogwarts e la professoressa S. di Storia della lingua italiana a Palazzo Nuovo). Desidero il letto come non mai, ma devo patire ancora per poco. Ne approfitto per lavarmi i denti.

Non è che Ivanka balli male, il punto è che non balla proprio. E non sa pronunciare il nome di Morricone (bè, effettivamente mi sembra una pretesa un po’ esagerata nei confronti della presentatrice di un festival di musica italiana). A differenza di ieri, spezzo però una lancia a suo favore, per il fatto che non rientri nei canoni di bellezza anoressica.

Finalmente è giunta l’adrenalinica sfida di ripescaggio e ho attivato il pilota automatico. Solo l’orrido baby-doll, sopra i pantaloni a zampa (quindi esistono ancora!) della Fornaciari mi fa risvegliare. Incredula, devo anche strabuzzare gli occhi stanchi e miopi alla vista della barba di Samuel dei Subsonica (avrà voluto non sfigurare rispetto a Godano, oppure accettare senza vergogna i suoi effettivi 41 anni); ha pure abbandonato il cappello stile Vasco, adottandone uno da clochard. Riesce comunque a fare l’impossibile, ovvero migliorare la canzone dei Marlene Kuntz rendendo addirittura comprensibile il testo. Torno a dormire durante il monologo di Papaleo, en attendant il verdetto finale.

La migliore esibizione della serata risulta essere quella dei Marlene Kuntz con Patti Smith. Viene , giustamente, menzionata Cuneo e penso che non prenderò più sonno dall’emozione! Almeno hanno avuto questa magra consolazione, dato che vengono riammessi alla competizione Carone -ft- Dalla e Bertè -ft- D’Alessio.

L’orologio segna che è quasi l’una e mezza. Questo festival mi sta distruggendo.

febbraio 17, 2012. Etichette: , , , , , , , , , , , , , . Uncategorized. Lascia un commento.

Romolo e SanRemo: seconda serata.

Mi sintonizzo sulla rete “ammiraglia”, in compagnia di una tristissima cena a base di passato di verdura, manzo affumicato e carote crude. Sono pronta ad un’altra tornata di musica.

Papaleo, nonostante la solita tenuta da Mario Monti, sembra più a suo agio nei panni da co-presentatore. Carina la gag della consegna delle palette di Fantastico al presidente della Rai, in caso il sistema di votazione andasse di nuovo a farsi benedire. Inoltre, si rifiuta di scambiare una battuta da copione con Gianni perché, a detta sua, “fa cagare!”. Che inizio peperino!

Ha inizio la seconda serata: Arisa s’è infighettita ed è quasi irriconoscibile, rispetto a due anni fa, quando si vestiva da barbona. La canzone continua a convincermi e non ho altro da aggiungere.

Nonostante siamo ancora in fascia protetta, i secondi ad esibirsi sono proprio loro: Bertè -ft- D’Alessio. La prima è rigida probabilmente per tutto il silicone ed il botulino, che ha nel corpo; inoltre ha degli occhiali da sole trovati come sorpresa in un pacchetto delle patatine. Il secondo invece è irrigidito da una nuova giacca di pelle, con motivo pelle di serpente. Non proseguo, perché mi ripeterei con delle cattiverie e basta.

A malincuore, appaiono nuovamente la Canalis e la Rodriguez. Penose le finte lacrime di Elisabetta e bellissimi i vestiti di Belen, vista passera inclusa nel prezzo del canone.

Altra coppia in gara: Carone e Dalla che, data la polenta Valsugana che tiene in testa, è l’imitatore ufficiale di mastro Geppetto. Mi piace come canta Pierdavide, peccato che la canzone non mi trasmetta molto.

Ah, è giunto il momento dei gggiovani! Ci saranno diverse eliminazioni a sangue freddo, tra due artisti per volta (volevo usare un sinonimo alternativo al solito ‘cantanti’).

PRIMA SFIDA TRA PISCHELLI: Alessandro Casillo -VS- Giordana Angi (1-0)

Esordisce Alessandro Casillo, il classico 15enne belloccio e accecato dal ciuffo, che potrebbe far breccia nei cuori delle adolescenti. Porta un brano scritto dai famigerati fratelli Bassi. Vorrei regalargli un abbraccio, perché mi fa un’immensa tenerezza, ma non mi sbilancerei ulteriormente con apprezzamenti.

Contro lui, la cantautrice Giordana Angi. Nel complesso è si differenzia, ma sono infastidita quando la sua voce diventa uno sbadiglio complicando così la comprensione del testo.

Mi rode ammetterlo, ma il pezzo dei Matia Bazar sta cominciando ad insinuarsi nella mia testa ; penso abbia tutte le caratteristiche per poter vincere il festival (con questo non sto dicendo che sia il migliore ma, come tutti sapete, il migliore non si porta mai a casa la palma d’oro). Comunque Antonella, tranquilla, non ti tradirò!

Finalmente riesco anche a sentire bene Finardi; non mi attrae molto come cantautore in generale, ma obbiettivamente è una bella canzone con un bel testo. Però non riesco a dire che mi piaccia.

Preferirei vedere Emma la patriottica sul palco del Bananamia, piuttosto che su quello dell’Ariston. Oppure direttamente in trincea.

SECONDA SFIDA TRA PISCHELLI: Iohovoglia -VS- Celeste Gaia (1-0)

Iohovoglia, band di Monopoli con frontman uguale a Oliver Hardy, alias Ollio. Non mi convincono per le rime scontate del tipo amo:mano:piano. Apprezzo solo i ringraziamenti finali in tedesco con “Danke schoen!”.

Celeste Gaia, cantautrice (sì, ormai tutti si appropriano di questo appellativo) di Pavia come il buon Gerry Scotti. Avevo già sentito la sua canzone “Carlo”, che mi aveva colpita per la sua genuinità e leggerezza adolescenziali.

La a me sconosciuta Ivanka, dopo tanta latitanza, fa irruzione a Sanremo. Ad essere sincera la credevo più figa (immagino già le ondate di testosterone che mi daranno contro, definendomi un’eretica) e parla italiano peggio della Rodriguez e della Canalis messe assieme. Magra consolazione: se mai diventassi una gran sventola, farei sicuramente una figura dignitosa nel fatidico momento del balletto, rispetto a lei.

La felicità decantata nel testo di Godano mi stordisce e vado in catalessi per alcuni minuti, durante l’esibizione, appunto, dei Marlene Kuntz.

La rampolla di Sugar ha abbandonato gli abiti da liceale svariona, ma continua a rovinare il brano con la sua voce. Van de Sfroos, la prossima volta che scommetti con Irene metti in palio una chirurgia facciale piuttosto che la partecipazione al festival.

Sarò assordata dalla stima che provo per Bersani, ma trovo la sua canzone sfiziosissima: la descrizione dell’Italia attraverso gli occhi di un pallone che viaggia rasoterra.

Non spreco altri caratteri su Chiara Civello, se non per segnalare il vestito-asciugamano rosa shocking che indossa.

Noemi, ti preferivo con il precedente colore di capelli e quando Fabrizio Moro non era il tuo autore.

TERZA SFIDA TRA PISCHELLI: Erica Mou -VS- Bidiel (1-0)

Erica Mou, altra cantautrice, tra tutti i giovani è quella che più mi è piaciuta in assoluto, anche perché ha presentato un testo delicato, originale e non scontato sulle domande delle nuove generazioni, che spesso si dimenticano o si sottovalutano. Mi ci sono rispecchiata molto e confesso di essermi anche un po’ commossa.

I Bidiel, nonostante il nome orrendo e l’aspetto da Jonas Brothers, mi garbano in particolare per il passaggio “Sono cibo per i cani” (amo soffermarmi su questi aspetti). Per un turno sono però contenta d’aver azzeccato il mio pronostico.

QUARTA SFIDA TRA PISCHELLI: Marco Guazzone -VS- Giulia Anania (1-0)

Marco Guazzone, giacca oscena a parte, porta un pezzo il cui ritornello è copiato da una canzone dei Muse (non ne ricordo il titolo).

L’attempata 25enne Giulia Anania stona (vabbè, diamo colpa all’ipotetica e comprensibile emozione). La canzone non mi dice niente; spero che abbia la meglio il plagiatore. Il suo cognome mi ricorda uno dei due capolinea della linea rossa di Roma, quindi è plagio anche quello.

Renga alle 00.20 risulta soporifero, ma devo resistere per sapere come andrà a finire.

Dolcenera, a differenza di ieri, ha dato più giustizia alla sua bellezza ma non al suo pezzo.

Per fortuna che come ospiti comici, nel corso della serata, hanno fatto irruzione Nongio e Biggio i quali hanno portato i loro successi direttamente da “I soliti idioti”. Anche in questo caso risulterò parziale, ma mi hanno fatta davvero scassare, soprattutto per le battute sulle mani giganti di Morandi e per il bacio datogli dal personaggio di Fabio l’omosessuale!

Imbarazzante invece la sfida Martin Solveig contro Rocco Papaleo, per l’occasione Roc-J-Papa. Data l’ora, mi auguro che in pochi abbiano assistito a questo momento.

Tanta attesa però è ripagata dalle quattro eliminazioni dei big. Mi sono resa conto, durante la proiezione dei clip ‘vincitori’, che ho perso per strada l’esibizione di Nina Zilli. Chissà in quale dimensione mi trovavo. Tornando agli esclusi, essi risultano essere (rullo di tamburi): D’Alessio -ft- Bertè, Irene Fornaciari, Carone -ft- Dalla e Marlene Kuntz. Però due di loro potranno essere ripescati per la finale. Personalmente, sono d’accordissimo con la prima scelta e avrei silurato Chiara Civello, Emma e Nina Zilli o Noemi; ma nessuno se ne fa niente della mia opinione. Quindi andrò a dormire, anche perché si è fatta una certa ora (per la cronaca, 01.10).

febbraio 16, 2012. Etichette: , , , , , , , . Uncategorized. Lascia un commento.

Romolo e SanRemo: prima serata.

Dal 2008 si è instaurata la tradizione di vedere e commentare il festivàl di Sanremo con la fida Lorennnna (per questioni di privacy la chiamerò sempre così) e a ruota altri special guest come Olly l’anno scorso o la Gasta e mia sorella ieri. “MAMMAMIA, CHE SCHIFO SANREMO!!! Solo i vecchi o le casalinghe lo guardano”. Sono vecchia dentro, quindi senza troppa vergogna ammetto che è un momento molto atteso dalla sottoscritta; forse sono troppo ottimista, ma mi sentirei di affermare che ogni anno qualcosa di buono ne esce, soprattutto dalla categoria giovani. Ammetto che uno dei miei tanti sogni è poter far parte della giuria tecnica, per sbraitare come una pollastrara e agitare davanti agli obbiettivi delle telecamere le mie braccia flaccide.

Dopo una cena abbondante alla carlona, ci piazziamo satolle davanti alla televisione e la nostra attenzione è subito attratta dalle mani giganti di Gianni Morandi; partono battute su di esse e sulla solita leggenda metropolitana che vede l’eterno ragazzo come attivo coprofago. Non tarda ad arrivare Papaleo (che cazzo c’entra con Sanremo?) e quaglio subito il suo travestimento da Mario Monti. Seguono battute che strappano a malapena un sorriso sul governo tecnico (un po’ di finta/vera satira all’Ariston è d’obbligo) oppure sulla mancanza di gnocca (le vallette sono infatti assenti per problemi salutari) perché deve fare la parte del terrone piacione. Pessimo. Come anche sono state pessime la Canalis e la Rodriguez con la loro canzoncina Disney in playback; inevitabilmente sono volati commenti acidi sui loro bellissimi tatuaggi; sulle tette rifatte di Belen; sulla poca femminilità di Elisabetta quando applaude come se fosse allo stadio (sarà la forza dell’abitudine). Però penso che il momento peggiore sia stato il monopolio di quasi un’ora da parte di Adriano Celentano, introdotto da una costosa e squallida clip dove la città fiorita e il teatro erano coinvolti in una finta guerra mondiale con una serie di immagini tagliate e incollate direttamente dal film “Pearl Harbor”. Constatando che non schiodava da Rai1, sono andata a lavare i piatti incrostati che mi attendevano in cucina e sono stata richiamata sull’attenti per assistere alla memorabile collaborazione musicale tra Morandi, Pupo, Celentano e Papaleo; come la Gasta aveva previsto, Adri s’è anche esibito nel suo classico passo da molleggiato. Posso ringraziarlo perché almeno ho messo a posto tutto, senza dover rimandare tutta la pulizia a oggi.

Ma le canzoni? Si può dire che, per colpa degli ospiti, hanno avuto pochissimo spazio nonostante si tratti di una competizione musicale. Proverò comunque a passarle in rassegna, per quanto mi sia possibile.

Il festival è stato aperto da Dolcenera e posso solo ricordare la sua bocca enorme e il suo abbigliamento poco azzeccato (dal momento che ci vestiamo meglio di Giusi Ferrè, ci permettiamo senza troppi problemi di dire la nostra su come siano agghindati i partecipanti). Di cattivo gusto il ciuffetto verde acqua stile Avril Lavigne nel suo periodo punk. Del pezzo che ha portato non saprei cosa dire, perché non lo ricordo.

Segue uno dei miei miti, Samuele Bersani. Ho molte aspettative nei suoi confronti, anche perché la mia canzone preferita in assoluto è la sua “Replay” con cui partecipò all’edizione del 2000. A differenza di 12 anni fa, il brano parla di un pallone da calcio. Sì, di un anonimo pallone da calcio. Non sempre si deve per forza trarre significati importanti da parole che si vogliono vedere come criptate, per dar così loro un senso. Elogio ad un oggetto tanto banale quanto importante per uno Stato come l’Italia, condito con un po’ di surrealismo scanzonato tipico del cantante di Cattolica (vedi “La soggettiva del pollo arrosto”). Inoltre era davvero affascinante vestito in frac e le scarpe chiodate erano geniali; insomma, trovo che abbia un po’ sdoganato l’ingessatura generale che si può palpare nella platea dell’Ariston con un brano orecchiabile (no, non sono parziale!)

Noemi ha voluto esagerare, presentandosi con dei capelli che nemmeno Milva, cucendosi la Pimpa in testa, avrebbe saputo eguagliare. Il testo è stato scritto da Fabrizio Moro e non aggiungerei altro.

Francesco Renga ci farà sempre ridere per il suo passato da rocker, contrapposto al suo presente da compositore di lagne. Notabile solo per il fatto che sia un manzo ed è vestito bene, a parte la sciarpina di rete.

Meno male che a lui segue la famosissima promessa jazz italiana Chiara Civello. Tanto famosa quanto brava a scendere la scalinata.

Irene Fornaciari ha la fortuna non solo di assomigliare al padre, ma di essere persino peggio di lui grazie al suo famoso mento. Però siamo ragazze profonde e proviamo ad andare oltre all’apparenza, peccato che sia riuscita a rovinare un bel pezzo scritto da David Van de Sfroos. Brava Irene! La prossima volta tagliati i capelli; elimina l’autostrada del Sole dal centro della tua testa; smettila di vestirti da quindicenne in fase figlia dei fiori, facendo pure involontaria pubblicità alla Ceres per uno strano ghirigoro sulla manica che ricordava il logo della birra in questione.

Emma ad ogni sua apparizione diventa sempre più anoressica e non sa camminare sopra i trampoli che s’è messa ai piedi. Si può anche essere fighe con un paio di scarpe più basse, sai? La collaborazione dell’anno scorso coi Modà l’ha portata a cantare un brano sullo stesso stile della band milanese. Originalità a badilate!

Finalmente dei cuneesi sono approdati a Sanremo, però non è che ci abbiano convinto molto i Marlene Kuntz e abbiamo ignorato gran parte della loro canzone per fare del sano gossip sul fatto che Godano, in contesti informali ma non solo, si atteggi da super figo della situazione e che abbia scambiato una serie di sms con una nostra cara amica per invitarla a bere un cocktail a Torino. L’unica vera grande emozione è stata vedere apparire sullo schermo i loro cognomi, tipici della provincia Granda. Grazie!

Quando è stato il momento di Finardi, Lorennna ci dilettava con imitazioni di Albano, quindi non so bene definire la mia impressione a riguardo.

Definirei, con un eufemismo, GROTTESCO  il momento D’Alessio-Bertè. Un’aberrazione del genere non sarebbe nemmeno potuta essere inventata da Hitler. Il titolo del pezzo è “Respirare” e credo sia dovuto al fatto che  il botulino abbia preso ormai il sopravvento su quello che una volta immagino fosse il viso della Loredana. Vestita da befana ad un funerale (paragone gentile rispetto ai Mickey Rourke, Miss Piggy, Richard Benson, James Brown sbiancato che ho letto sotto un video) si limita a cantare come un gallo rauco assieme al fantastico Gigggi che tenta di fare il cattivo solo perché indossa una giacca di pelle del mercato rionale. Lorennna scopre d’essere bravissima anche ad imitare la Bertè.

Segue Nina Zilli che non ha portato una canzone degna di nota. A differenza di altre apparizioni televisive, è pure meno figa del solito; almeno non ho rosicato. Dopo questa ennesima perla musicale, Lorennna rincasa con la Gasta e mia sorella m’abbandona per andare a dormire. Rimango da sola nell’arena.

Per fortuna non rimangono molti artisti, devo affrontare ancora un certo Pierdavide Carone con Lucio Dalla. Canzone non brutta, ma è la classica ballata su una Pretty Woman che fa breccia nel cuore di un uomo con buone intenzioni nei suoi confronti. Ma da dopo De Andrè non è un tema che mi colpisca molto (quanto sono spocchiosa!), quindi mi lascia indifferente.

Arisa, senza Ray Ban, porta una canzone diversa dalle sue precedenti colleghe sanremesi. Riascoltandola adesso, non mi dispiace affatto e il testo non è banale. Entra nella mia rosa di preferenze.

Chiudono la prima serata i Matia Bazar. Sarò prevenuta e reazionaria, ma senza Antonella per me non sono Matia Bazar. Scusate.

Nessuno è stato eliminato, non perché siano stati tutti troppo bravi ma per il semplice fatto che il sistema di voto della giuria è andato a banane, per dirla in modo fine. Perché Sanremo è Sanremo!

febbraio 15, 2012. Etichette: , , , , , , , , , , . Walt Disney. 1 commento.

Ma a Berlino, com’è finita?

PREFAZIONE

So che questo post arriva a scoppio ritardato, ma non ho più avuto voglia di riordinare le idee per dare loro forma. Alla fine sarebbe uscito un estenuante racconto di fatti ormai anacronistici e poco interessanti (più che altro, oramai si è perso il filo della narrazione). Però è giusto finire le cose iniziate, così riporterò i fatti più salienti in maniera stringata; almeno, ci proverò. La prima parte risulterà ai vostri occhi più dettagliata, perché la scrissi sul momento; vi accorgerete da soli quando partirà l’aggiunta dell’ultimo minuto. Ringrazio i pochi che hanno avuto la pazienza di seguire la mia avventura e mi auguro che tra le righe si siano colte anche le mie emozioni. Più che altro, spero di avervi strappato almeno una volta un sorriso.

Con affetto, la Ragazza Volpe nel cappello ma non nella vita.

Dove eravamo rimasti? Ah, sì! Al sabato arrivano mamma e papà e anche al lavoro si rivelerà una giornata più piacevole del solito; a parte il caldo infernale -ergo nemmeno un attimo per fare pipì- Albert non se la prende con i miei capelli; entra ed esce continuamente dal bagno per handicappati facendo spesso una capatina da noi offrendoci a ruota Spritz o birra. Peccato che alla sera, così mi diranno, sì farà un pezzaccio dei suoi in sala e il seguente lunedì riceverà la lettera di licenziamento. Ciao caro Albert, è stato un piacere.

Tornando al sabato, premio il cliente più rincoglionito della settimana, ovvero un signore che mi domanda se avessimo del gelato blu. Insomma, ci sono sempre i soliti 12 gusti in vetrina e tra questi non risalta nessuna varietà color puffo; così gli chiedo del perché di questa richiesta e lui indica il porta coni a forma di wafer gigante con 4 palline di plastica tra cui appunto una blu. Faccio un sorrisetto pietrificato e posso proseguire a servirlo. Al ristorante passa a trovarci anche Marco il cuoco, sopravvissuto a un incidente mortale con l’auto; gli chiedo come sia successo. La modalità dello scontro è stata la seguente: lui o un suo amico andava solo ai 160 km/h per le strade di Berlino e un’altra macchina si è schiantata; insomma, non se le sono cercate. Per fortuna ne sono tutti usciti illesi, a parte un taglio non indifferente sul braccio destro, che brillantemente Marco non ha ancora provveduto a far controllare in ospedale. Fortunatamente stacco alle 18 e raggiungo i miei in un alberghetto che si trova in una traversa di Kudamm. Per festeggiare il rincongiungimento familiare, andiamo a mangiare in un ristorante-birreria nelle vicinanze con un menù tipico. La cameriera è una di quelle classiche sessantenni allampadate che amano l’animalier; lascio a voi immaginare. Ordiniamo tre birre da mezzo litro ciascuna e rispettivamente: papà uno zampetto di maiale enorme, mamma il Roesti e la sottoscritta una cotoletta alla Holstein, il tutto accompagnato da un’infinità di contorni. Satolla, riaccompagno i miei all’hotel e in seguito proseguo verso casa di Momo in vista di una serata tranquilla a guardare telefilm i Simpson e il Principe di Bel-Air in tedesco. Le volte che pernotto da lui, alla mattina mi immedesimo nel classico uomo da film, che va a comprare la colazione per la sua donna ancora dormiente. Peccato che quando lui si svegli e mi veda, invece di ringraziarmi con uno sguardo sornione, esclama stupito: “Scheisse!!”. Tenerezza a non finire.

Al ristorante è subentrato un nuovo cuoco, Eddy, molto loquace con la sottoscritta (ormai posso tranquillamente sostenere di aver stretto amicizia con tutta la categoria chef), anche troppo. Senza che gli chieda niente, si butta in discorsi concerni ai Rammstein, ai concerti in generale, alla marijuana e al fatto che non sappia cucinare quasi nessun piatto italiano. I miei passano in serata a mangiare al ristorante e vengo a sapere troppo tardi che è proprio il Novellino (non il biscotto, il ragazzo)  l’addetto alle pizze per quel turno e ci metteranno un bel po’ ad essere sfornate. Inoltre quei rincoglioniti di Cip e Ciop riescono a spillare a mio papà della Berliner Kindl aromatizzata al lampone, nonostante lui avesse chiesto dell’Hefe Weiss. Ottimo servizio come sempre! Robi partirà la mattina seguente per l’Italia ma non ho da temere, io e Chiara riusciremo a gestire il tutto. La nuova settimana comincia con la pioggia e quando questa si trasforma in diluvio, mi preoccupo di tirare dentro immediatamente la vetrina, facendomi aiutare da un passante zuppo fradicio. Dopo circa mezzora passa l’Arpia, la quale, sconvolta, mi chiede come mai non abbia esposto il gelato; la risposta ce l’aveva in mano, dato che brandiva un ombrello gocciolante. Glielo faccio notare e Freddy l’Hauptmeister mi dà ragione; la stronza tace ma vuole che comunque la vetrina sia per strada. Risultato: tutti i coni il giorno dopo saranno ammosciati, dovendo così buttarli tutti via. Tra le tante cose, a Marlene (si chiama così) rosica il fatto che si parli italiano in un ristorante italiano, quindi tende a voler dividere me e la Chiara modificandoci gli orari. Il lunedì perciò finisco presto, dato il tempo poco favorevole e posso così finalmente fare la spesa al supermercato; conosco la tanto decantata Rafaela “Flaschen Wasser” (allego video http://www.youtube.com/watch?v=PAnayr25-Ag) con un sua amica infiltrata che, immagino, a sua volta subaffitterà per il mese di settembre la camera di Theresia; data la troppa simpatia, mi preparo per la serata. C’è in programma di festeggiare il compleanno di mamma al ristorante girevole che si trova in cima alla Fernseh Turm di Alexander Platz; sotto il nome di Frau Carlona ricevo la conferma di prenotazione per mail. Avendo paura di arrivare in ritardo, mi faccio prendere dalla fretta e inciampo sulle scale mobili, prendendo una discreta ginocchiata sullo spigolo dello scalino metallico di fronte a me. Mi scortico mezzo piede e mezzo ginocchio. Sto ‘na crema, ma riesco in qualche modo a presentarmi puntualissima! Inutile dire che sia stata una delle cose più emozionanti che mi siano mai capitate: riempire lo stomaco a quell’altezza, facendo il giro di 360° in 60 minuti non è proprio roba da tutti i giorni!

Il giorno seguente rimango d’accordo con i miei di visitare il Duomo di Berlino; l’ultima cosa che riuscirò a vedere con occhi da turista non sapendo ancora quello che mi avrebbe atteso per il resto del mese. Comincio il mio turno alle 14 come stabilito e Chiara riceve una telefonata dall’Italia; si sono presentati dei problemi familiari e così decide di prenotare il viaggio di ritorno per Viareggio. Per alcuni giorni posso resistere da sola, anche perché la settimana si prospetta pessima dal punto di vista atmosferico e trascorro i primi giorni di solitudine leggendo o giocando a ruota a Mah-Jong, Briscola, Nomi cose e città e Cirulla. Al weekend però non avrò molto tempo per affinare la mente, anzi dovrò salvaguardarla dalla crisi di nervi: al sabato infatti totalizzerò 84 coppe per il ristorante e 566,50€ d’asporto. Il tutto con il minimo aiuto sindacale dei camerieri che passavano dopo 15-20 minuti a prendere quello che preparavo, ormai sciolto dal calore, oppure mandandomi ordinazioni sbagliate. Alla fine del marasma, mi chiudo in bagno e scoppio a piangere dal nervoso.

L’ultima sera di permanenza dei miei, vado nuovamente a mangiare nella birreria tipica con mio papà e quando mi accompagna alla fermata della metro, un berlinese con la voce da nero prova ad attaccare rissa con lui, sostenendo che lo stesse guardando in modo torvo. Il babbo si difende verbalmente e il tutto si conclude con un “Lick your mum’s pussy!”. Per decoro evito di tradurre. Ciao, ci rivediamo ad ottobre!

Tra me ed Eddie si instaura la tradizione che mi debba cucinare la pasta alla carbonara; infatti me la preparò una volta e da allora ogni volta che c’è lui in cucina vuole farmi quello anche se desiderassi tutt’altro. Giovedì 15 torna finalmente Robi dall’Italia e festeggiamo l’evento inquartandoci durante tutto il corso della giornata; Marco, il padrone di Yian, vedendomi nella totale solitudine, mi propone di uscire a mangiare con lui appena finisco di lavorare. Con un suo amico toscanaccio, Niccolò, ceneremo in una bisteccheria dai prezzi stracciati e dal menù pieno zeppo di errori ortografici. Il Martini bianco costa meno dell’acqua, così opto per il primo. Devo puntare al risparmio. Da lì alla fine della mia permanenza, Marco e la compagnia del Bocca di Bacco (il ristorante dove lavora) saranno la mia salvezza; posso riportare la cena al Sagrantino con menù ambizioso di spaghetti alle vongole e tagliata di manzo con spolverata di tartufo. Il conto è stato pagato da Marco e Franco; per fortuna che esiste ancora la galanteria. La serata prosegue in una vineria di fiducia, gestita da un certo Johnny. Mi esalto a sentire come colonna sonora i Baustelle, Enrico Ruggeri e gli 883, ma poi scopro che, nonostante il nome anglofono, Johnny è italiano.  Mistero risolto. Ancora, posso ricordare la capatina all’Am Pm con le gag  su  un cinegro e un vecchio che riescono comunque a soffiare le ragazze mirate da Alessio e Franco. Alla consolle c’è un dj fratello che accoglie la mia richiesta e mi dedica “Wannabe” delle Spice; mi scateno e scendo in pista per ballare con un quarantenne. Dopo questa performance, festeggio bevendo Martini con il buon Marco e per rendere ancora più indimenticabili questi momenti, offro il mio petto come lavagna per scrivere bestemmie. Peccato che stessi dimenticando il portafoglio dentro al locale, ma fortunatamente ero in una città con un certo senso civico e un cameriere mi ha rincorsa per restituirmelo. Se no sarei ancora a Berlino a rifare i documenti.

Vi starete SICURAMENTE chiedendo “Il buon vecchio Momo il gondoliere dov’è finito in tutto ciò?” Procedo con ordine: vengo invitata all’inaugurazione del suo locale (NB sotto i 40 anni si può anche avere l’ambizione di gestire un’attività senza dover indebitarsi). Non si può negare che sia davvero bellissimo, ma è impossibile da trovare. Quindi eravamo in pochissimi ad essere riusciti a raggiungere indenni il posto; ne consegue lo scazzo iniziale, ma anche comprensibile, di Momo. In fin dei conti si sta mettendo in gioco, avendo investito tutti i suoi risparmi; però poi con un po’ di birra e di Jaegermeister riusciamo tutti i a trasformarla in una piacevole festa che si concluderà aspettando l’alba nell’area finta spiaggia con tanto di falò, fuori dal locale (ve l’avevo detto che era bello!). Una ragazza hipster seduta vicino a me (non ricordo ovviamente come si chiamasse) mi dice che ho dei begli occhi perché sono all’ingiù e poi mi dedica “Azzurro”. Gli scherzi dell’alcol, oltre a questi simpatici stacchetti, portano anche verso i bagni a fare i bisogni, così rientro anche perché avevo perso da un po’ di vista Momo. Non ho dovuto fare molta strada per trovarlo in mezzo alla pista -vuota- che ballava e baciava un’altra ragazza. Tempo di svuotare la vescica, saluto tutti e me ne torno a casa. In fin dei conti sono le 4.30 passate e l’indomani devo lavorare dalle 10 come al solito. Tutto questo giro di parole per dire che con Momo non è finita benissimo: gli ho scritto un sms dicendogli di non cercarmi più e che poteva anche evitare di fare così ad un evento con 10 persone, me compresa. In fin dei conti meno di due settimane e non l’avrei più rivisto per il resto della mia vita. Ma la pazza visionaria, come al solito, sarei risultata io, inventandomi tutto. La mia ultima risposta fu “Ich habe kein ‘dumm’ auf meiner Stirn geschrieben”. Mi piace prendere sempre le cose alla lettera. Auf wiedersehen!

Il lavoro mi ha regalato belle e brutte emozioni, in tutte le 276 ore che ho trascorso in gelateria con un solo giorno libero in tutto settembre.

MOMENTI BELLI:

- chiaccherata con Amelie, una donna armena che lavora nella lavanderia del ristorante. Le sono subito andata a genio e mi ha dato dei validi ed attuabili consigli come il dover sposare un uomo rigorosamente tedesco, perché i suoi concittadini e gli italiani lasciano un po’ a desiderare. Appena le dico il mio nome, si commuove perché sua mamma si chiamava Isabelle; così mi dedica una canzone di Aznavour (evviva il melting pot linguistico); mi rammarico solo di non averla conosciuta prima!

- ritorna Bariş e al posto di Albert subentra un certo Sebastian che si spaventa appena vede la mia tabella lavorativa e mi manda a casa. Solo lui avrà il buon gusto di affiancarmi Gosha e un’altra ragazza ucraina gli ultimi due giorni di mia permanenza.

MOMENTI MENO BELLI

- i camerieri non mi danno una mano a svolgere quello che in realtà toccherebbe a loro, dato che non sono tenuta a servire ai tavoli le coppe che ordinano ai clienti. Però riuscivano ugualmente ad intralciarmi e a complicarmi l’esistenza.

- discussione con un prete, perché pretendeva una mezza pallina a 50cent. Gliel’ho dovuta a malincuore negare perché era concretamente impossibile da fare con l’attrezzochenonsocomesichiami; così facendo, mi sono guadagnata gli appellativi di ‘maleducata, arrogante che si atteggia da capo’ (sai com’è, ero sola in gelateria da 4 settimane. Sicuramente era la sottoscritta a mandare avanti quell’area).

Il 29 settembre è l’ultimo giorno; mi sono commossa ad aver salutato i cuochi (Bariş, Mischa, Eddy), Tyson e Goscha. L’Arpia non s’è manco scomodata per darmi l’arrivederci (anzi, data da sua simpatia, pure un addio). Non rimane che tornare a casa e prepararmi per la grande serata che mi si prospetta: durante il restauro, carburo con del Martini  bianco (che novità!) e mi dirigo verso il Bocca di Bacco (altra novità assoluta!). Con Marco ero rimasta d’accordo che ci saremmo trovati lì dopo il suo giro di degustazione di vini (era il suo giorno libero). Peccato che nessuno sappia più niente di lui e che i suoi ultimi avvistamenti risalgano a qualche ora prima, in uno stato di totale. Il mio disagio è abbastanza constatabile, ma Briar -un cameriere curdo- mi mette a mio agio offrendomi dello spumante (giusto per buttare ancora un po’ di benzina sul fuoco) e facciamo discorsi abbastanza impegnativi sui miei progetti di vita. Ne uscirò più confusa di prima. Vengo anche introdotta ad un avventore speciale, ovvero il chitarrista dei Cardigans; mi calo nella parte da groupie e gli confesso che ho tutta la loro discografia (vero!) e che li adoro (vero!). Seguiranno foto con lui e il suo manager, o chiunque fosse. Ad una certa ora però il ristorante deve chiudere, così la mia magica ultima sera la trascorro ad tornare a casa. In sequenza, prima mi addormento alla fermata del bus in Friedrich Strasse; tempo di risvegliarmi e constato che manca poco al passaggio delle prime metro, così mi sposto sottoterra. Mi faccio prendere dalla fame e per temporeggiare divoro 2 panini; non ancora soddisfatta, ne mangerò un altro alla fermata Wedding (dio maledica i paninari notturni!)

Il giorno del ritorno è stato un vero delirio:

- dover ricordare di prendere tutto, con addosso la gogna dei postumi;

- trascinare una valigia pesantissima fino alla fermata dell’S-Bahn, per andare fino alla fermata del bus per Tegel. Constatare che il bus in questione, dopo più di mezzora di attesa, tarda a passare; ne segue il panico generale di tutti i viaggiatori in attesa con me e comincia la ricerca affannata di un taxi. Sono già tutti occupati e solo gli indici più veloci riescono ad aggiudicarseli. Chiedo ad una ragazza loquace se fosse disposta a smezzare un taxi con me ed accetta, anche perché il suo volo sarebbe partito dopo un’ora; come un’oasi nel deserto, appare un bus diretto verso TXL e tutti, compresa la mia ormai ex compagna di viaggio dell’ultimo minuto, s’accalcano come zombie per salirci sopra. Ormai sono rassegnata, ma la mia vista individua un taxi libero all’orizzonte, così mi affretto a fermarlo. Ce l’ho fatta! Un uomo in carriera di mezza età chiede se potesse aggregarsi a me e ovviamente accetto e sarà un gentleman perché s’offrirà di pagare il prezzo della corsa. Il taxista bestemmia per il peso della mia valigia e non ha tutti i torti.

- al check-in essa infatti risulta pesare 3 kg in più del limite massimo consentito e piuttosto che sborsare 50€, mi ingegno per alleggerirla. Modalità profuga on.

- arrivata al gate, mi rilasso fino a quando non noto sullo schermo che l’aereo decollerà con un’ora di ritardo, ma non mi preoccupo perché la coincidenza a Francoforte sarebbe dopo due e quindi avrei ancora 60 minuti abbondanti per fare il cambio. Peccato che di secondo nome non faccia Gastone e mi ritrovo da sola nell’aeroporto più grande d’Europa.

- telefono a mio papà in lacrime, però devo agire se non voglio rimanere a Francoforte per tutta la vita. Ringrazio di volare con Lufthansa e nel giro di un’ora ho in mano un nuovo biglietto per Torino e un voucher per passare la notte in un hotel convenzionato.

- credevo che sarei finita in una topaia, invece il posto era più che dignitoso! Nonostante non avessi fame, decido di sfruttare la mia cena gratis e m’abbuffo al buffet (cacofonia portami via!) alle 11 di sera. La camera è enorme e m’emoziono alla vista del frigobar; dormire è stato l’unico momento bello della giornata.

- sveglia alle 6 per prendere l’aereo alle 8.30. Prima di imbarcarmi, regalo ai pochi viaggiatori attorno a me un alto momento di femminilità, sfoltendomi le sopracciglia. Il viaggio s’ha da fare e appena le ruote sfiorano il suolo del Bel Paese (non intendo il formaggio) scoppio a piangere, giusto perché ho versato poche lacrime nelle ultime due settimane. Per concludere in bellezza l’esperienza, dopo aver riso del retro un camion perché c’era affissa un’immagine di padre Pio (che bello essere tornati in Italia!), mi vengono delle strane fitte intercostali. Sarà un segno?

FINE

PS: probabilmente sarete confusi dal fatto che non abbia nemmeno caricato una foto col cappello da volpe, ritratta nei posti più simbolici e turistici di Berlino. Mi scuso ma ho lavorato troppo e non ho fatto a tempo; sarà per la prossima volta :)

febbraio 14, 2012. Uncategorized. Lascia un commento.

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